L’emigrazione e il conseguente spopolamento delle campagne sono fenomeni che hanno da secoli segnato la nostra regione. Il fenomeno già ben presente nel periodo pre unitario – anche se in forma quasi esclusivamente stagionale e diretto verso regioni vicine in occasione di specifiche lavorazioni agricole, prima fra tutte la raccolta delle foglie di gelso nelle zone padane – si trasformerà, a far capo dalla metà dell’Ottocento, in definitivo e transoceanico, con mete prevalenti l’Argentina e gli Stati Uniti (pur non trascurando destinazioni europee).
Si è suddiviso l’arco di tempo lungo il quale, nella comunità castiglionese, si è sviluppato il fenomeno emigratorio transoceanico – o comunque di espatrio – a far capo da quando questo è iniziato a manifestarsi in maniera rilevabile, fino al suo esaurirsi come fenomeno collettivo (periodo che comprende, di fatto, un secolo, cioè dalla metà del secolo XIX fino alla metà del secolo successivo), in due ulteriori periodi: il primo che giunge fino alle soglie della Grande Guerra, e il secondo che dalla fine del conflitto giunge agli anni ’60 del Novecento.
La suddivisione risponde alla convinzione che l’evento della Grande Guerra abbia rappresentato – così come in altri settori – un momento discriminante fra due “stagioni” della vita comunitaria anche nel campo migratorio. Fatto in gran parte dovuto agli esiti del trauma che l’evento bellico aveva prodotto nel tessuto sociale, con i vuoti generati dalle perdite di vite umane, che venivano a modificare profondamente l’assetto e le conseguenti necessità dei nuclei familiari colpiti.